Bureo e i cappellini nati dalle reti da pesca riciclate

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Bureo, una start up cilena fondata da tre surfisti nordamericani che, per contrastare l’inquinamento da plastiche degli oceani, ha avviato un progetto di recupero e di economia circolare basato sullo strumento principe dei pescatori, le reti da pesca. Dal materiale recuperato si realizzano i cappellini Patagonia, il celebre brand di abbigliamento outdoor e non solo.

Riciclare la plastica abbandonata negli oceani non è così facile come si potrebbe pensare: raccoglierla non è sufficiente, il vero problema è rendere redditizio il suo riciclo.
La plastica oceanica, infatti, non è un tipo di plastica che può essere utilizzata per prodotti di alto valore, è miscelata e degradata e deve essere separata. Ecco perché la start up si è concentrata sulle reti da pesca e ha elaborato un suo modello di business, puntando a risolvere un problema che affliggeva le comunità costiere cilene: l’abbandono delle reti da pesca. Prima di tutto ha stretto un accordo con i pescatori cileni, affinché non si liberassero delle reti in mare o sulle coste, ma convincendoli a conferirle alla start up dietro compenso.

Una volta recuperate, le reti vengono poi smistate, pulite e poi tagliate nello stabilimento di Bureo, a Concepción, per poi essere trasformate in pellet di poliestere e nylon, un materiale riciclato al 100% e ribattezzato NetPlus, un’alternativa alla plastica vergine.
Un’avventura iniziata nel 2013, quando con la plastica delle reti riciclate Bureo realizzava skateboard sostenibili, che oggi ha trovato mercato: oltre Patagonia, NetPlus viene utilizzato per alcuni componenti delle bici Trek, nelle sedie da ufficio Humanscale e persino come mattoncini nel celebre gioco d’abilità Jenga.

Last modified: 18 maggio 2020

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